This performance reframes Sardinia as a post-atomic landscape. Wide space, minimal architecture and controlled tension shape a live set built on restraint rather than excess. Alt-rock guitars stretch horizontally, electronics remain precise and dry, and the voice stays central and human. Arena Sant'Elia is chosen for its open, industrial geometry and its ability to turn emptiness into structure. Long light beams, deep shadows and gradual dynamic shifts transform the venue into an architectural frame rather than a traditional stage. This is not a summer entertainment show. It is a sculptural live experience where sound behaves like material and silence becomes part of the rhythm.
Corallo tiene una linea coerente e ci resta dentro anche nei live. Il concerto procede per scarti improvvisi, cambi d’umore, aperture e chiusure secche. La chitarra apre, l’elettronica entra ed esce senza continuità, la voce attraversa tutto restando esposta, nuda, distante.
La band suona con complicità, l'atmosfera è decisamente dark.
Erase her name è ipnotica nella versione acustica, qui si sente l'emozione, finalmente. Nei brani più diretti, quelli punk (Pandemia) e dance (incredibile My guitar in the Orchestra proposta quasi come una tarantella elettronica), il pubblico entra in gioco, con un coinvolgimento più fisico, che contrasta con le altre parti più trattenute del set.
Si esce appagati ma leggermente storditi. Ma soprattutto rimane un’immagine: la gabbia di Non si vede. Una frase che torna da sola, a casa, quando si spegne la luce: “Vivo in una gabbia che non si vede…”, urlo educato e disperato, dal vivo è un pugno.
Piergiorgio Corallo è il rock fragile; resta addosso, proprio quando non ci pensiamo più